La robusta strigliata ai “pensatori cattolici che ciurlano
nel manico” sul caso Englaro mi ha fatto male, perché sono cattolico e mi sento
solidale con coloro con i quali condivido la fede anche quando mi trovo a pensare
diversamente. Ma l’ho percepito come un male che non è per il male ma per il
bene e da cattolico pensatore, o forse pensante come sarebbe meglio dire, mi
sono posto una domanda: “Non è che, distorcendo sistematicamente i fatti, stiamo
giocando col fuoco”? Un po’ tutti? E
cerco di spiegarmi con alcune domande.
1. Quello Englaro è diventato un
“caso” per lo stato della sfortunata Eluana o per la battaglia legale del padre
Beppino? La domanda rischia d’essere retorica, seppur considerando che non vi
sarebbe stata la battaglia legale del padre Beppino se non si fosse dato
sfortunatamente lo stato di Eluana, perché di stati vegetativi permanenti come
quello di Eluana ce ne sono purtroppo moltissimi mentre l’applicazione ostinata
nella battaglia legale, stavo per scrivere “accanimento giudiziario”, come
quella del padre Beppino è più unica che rara. Questo dovrebbe indurci a
riconoscere che nei fatti il “caso” è dato dalla determinazione con la quale si
è cercato un “benestare giuridico” e allora una seconda domanda si impone:
Perché di tanta ostinazione?
2. A questo punto è necessaria
una precisazione tecnica. Si continua per comodità a parlare di quella
della Corte di Appello di Milano come
di una sentenza ma in realtà si tratta di una ordinanza, nei fatti ingenerando
un equivoco. Il magistrato, infatti, non è intervenuto a dirimere una
controversia ossia a sanare un conflitto, a meno che non si voglia pensare che
vi possa essere un conflitto tra padre e figlia, ma ad autorizzare un
comportamento sulla base di una volontaria giurisdizione. Non ha stabilito un
diritto o un obbligo ma ha semplicemente sancito l’irrilevanza giuridica
dell’esercizio di una facoltà. Più
semplicemente: al padre Beppino è stata garantita giuridicamente l’impunità, se
vorrà interrompere il trattamento di sostegno vitale artificiale, “mediante
alimentazione e idratazione con sondino naso-gastrico”, alla figlia Eluana. E
peraltro solo a lui, Beppino Englaro che ha proposto volontaria giurisdizione,
non ad altri: donde le molte difficoltà a trovare “chi” materialmente eserciti
tale facoltà. Difficoltà giuridiche!
3. Ma perché una ricerca tanto
ostinata del “benestare giuridico” di un atto che si ritiene scientificamente
ineccepibile, conveniente alla dignità della persona, conforme alla sua
volontà, in altri termini moralmente giusto? Per la drammaticità della
situazione e l’intensità del coinvolgimento, non è pensabile che a spingere in
questa ostinata ricerca possa essere solo la paura di incappare nelle maglie
della sanzione penale peraltro di fatto assai lieve, se così stessero le
cose, considerate le tante specifiche
attenuanti e le molte modalità per eluderne l’esecuzione. In realtà quello che
si cerca è la giustificazione per un atto che, in tempi di relativismo
dilagante, non si è sicuri che sia ineccepibile scientificamente, conveniente
per la dignità della persona e conforme alla sua volontà, in altri termini
moralmente giusto e, non volendo cercarla dove o meglio chiederla a Chi solo
può veramente darla, ci si rivolge allo stato come a un surrogato divino. Ma
qui davvero si sta “scherzando col fuoco” per non stare ai fatti!
4. Scherza col fuoco il giurista
quando pensa di utilizzare il diritto per eludere la responsabilità delle
proprie azioni, sulla base di un
ragionamento tortuoso che muove dal protocollo dell’insignificanza e della
mancanza di valore dei fatti in se per andare a parare nella celebrazione
dell’onnipotenza del legislatore. Non possono non risuonare agghiaccianti le
parole del Portalis, il principale redattore del Codice Napoleone che,
presentandolo trionfalmente il 4 del mese nevoso dell’anno XI della Rivoluzione
Francese, proclamava: “Il potere legislativo è onnipotenza umana. La legge
stabilisce, cambia, modifica, perfeziona; distrugge ciò che è, crea ciò che non
è ancora. La mente di un grande legislatore è una specie di Olimpo donde
promanano le grandi idee, le felici concezioni che provvedono alle fortune
degli uomini e al destino degli stati”. Davvero dev’essere indurito il nostro
cuore se possiamo credere che la fortuna di una persona e il suo destino siano
alla mercé di una “ordinanza”!
5. Scherza con il fuoco il
moralista quando pensa che a dar senso ai fatti sia la volontà del soggetto,
perché solo questo alla fine può indurre a ritenere che “la decisione sulla
disponibilità della propria vita va lasciata al suo legittimo proprietario”.
Dimenticando il fatto elementare che la vita ci è stata data senza che la
nostra volontà venisse interpellata, e quindi potesse in qualche modo
avvalorarlo, così come quando la vita ci sarà tolta la nostra volontà non avrà
alcuna voce in capitolo, e quindi rispetto al fatto sarà del tutto
insignificante. E’ davvero sorprendente come, anche da parte di persone
intelligenti, si continui a utilizzare a questo proposito una figura giuridica
del tutto inadeguata ai fatti.“La decisione sulla disponibilità della propria
vita va lasciata al suo legittimo proprietario”! Ma quale “proprietà”? Quando
ci sarebbe, a volerlo usare cun granu salis, un altro istituto giuridico
più vicino, quello del “comodato”, in virtù del quale “una parte consegna
all’altra una cosa, affinché se ne serva per un tempo e un uso determinato, con
l’obbligo di restituire la stessa cosa ricevuta”.Da cui, per analogia, si
potrebbe trarre qualche indicazione utile a proposito degli obblighi del
comodatario, il quale “è tenuto a custodire e a conservare la cosa con
diligenza (..) e a non servirsene se non per l’uso determinato dalla natura
della cosa”! C’è di che meditare.
6. Ad andar dietro, contro ogni
evidenza di fatto, alle illazioni sulla subordinazione della vita alla volontà
esclusiva del “suo legittimo proprietario” si arriva … alle tante pagine della
“ordinanza” sul caso Englaro dedicate alla “ricostruzione della volontà
presunta di Eluana”. Un campionario di contorsioni e di sofismi per i quali
dalla gioia di vivere si desume la volontà di morire e la candela accesa in
chiesa per l’amico in coma viene
interpretata come invocazione della sua morte. Quando sarebbe più semplice e
ragionevole riconoscere come, in tema di volontà, a rilevare possa essere solo
la volontà espressa nel fatto, puntualmente, e che, considerata la libertà di
cui essa si nutre, la volontà vale per ciascun fatto, singolarmente. Donde
l’intrinseca arbitrarietà di ogni presunzione di estenderla automaticamente da
un fatto all’altro. Altro sarebbe se si trattasse di ragione, ma a questo punto
un’ultima domanda sul caso si impone.
7. Sotto sotto, l’argomento
giuridico su cui la “ordinanza” della
Corte d’appello di Milano si basa è quello dell’autodeterminazione terapeutica
garantita dall’istituto del “consenso informato”. Un istituto concepito assai
più per garantire i medici curanti da eventuali ricorsi legali dei pazienti che
non a rendere edotti i pazienti sugli effetti delle cure ad essi fornite dai
medici. Come ben sa chi abbia dovuto firmare un protocollo terapeutico, magari
fitto di pagine e pagine scritte in grafia microscopica, un po’ come quando si
va in banca ad accendere un conto. Si tratta di un compromesso accettabile e in
fin dei conti operativamente non inutile. Ma è possibile interpretarlo al modo
in cui sembra farlo la “ordinanza” del caso Englaro? Se davvero la si seguisse
nel suo tortuoso argomentare, si giungerebbe a conseguenze aberranti, poiché
essa suggerisce l’idea che, se la sfortuna Eluana al momento del ricovero dopo
l’incidente fosse stata informata degli effetti eventuali della cura di
rianimazione a cui veniva sottoposta, non avrebbe dato il suo consenso alla
terapia”. Non è uno “scherzare con il fuoco” questo?
Un’ultima domanda mi ronza in
capo. A quanti ritengono di poter presumere la volontà di Eluana è mai venuto
il dubbio del dolore che essa avrebbe potuto provare per la sistematica
violazione della sua privatezza, con la pubblicazione della sua immagine in tutte
le salse e con l’esposizione della sua triste sorte a tutti i commenti, ivi
compreso questo mio?
Non so se anch’io stia
“ciurlando nel manico” ma non nascondo che più mi spaventa di “scherzare col
fuoco”, per la paura di misurarsi con la tragica realtà dei fatti e per la
ricerca di giustificazioni al di fuori dell’unica “giustificazione” che
possiamo umanamente cercare, affidandoci al Padre che sta nei cieli. Non voglia
il cielo che ci capiti come al clown e al circo in fiamme dell’apologo narrato
da Kierkegaard e poi da Harvey Cox e ancora dal Ratzinger all’inizio della sua Introduzione
al Cristianesimo. La storia narra di un circo viaggiante in Danimarca,
colpito da un incendio. Il direttore mandò per chiamare aiuto il clown, già
vestito di scena, e questi affannato correndo di qua e di là supplicava gli
abitanti del villaggio perché accorressero a spegnere il fuoco. Ma le grida del
pagliaccio vennero prese per un trucco
del mestiere, volto ad attirare più gente possibile alla rappresentazione: per
cui tutti lo applaudivano, ridendo sino alle lacrime. Anche il clown piangeva
perché non riusciva a convincere che non si trattava di un trucco bensì di
un’amara realtà, giacché il circo bruciava per davvero e le fiamme stavano
lambendo il villaggio. Ma il suo pianto non faceva altro che alimentare le
risate per la recita stupenda … E così la commedia continuò finché il fuoco
invase il villaggio e ogni rimedio risultò tardivo: circo e villaggio furono
mangiati dal fuoco!
Innanzitutto una questione a mio
avviso importante sorta nel corso della conferenza trevigiana, questione
riproposta anche nel sopra stante testo del prof. Gentile, è quella della
“giustificazione” dell'atto.
A mio modesto parere l'ostinazione nell'ottenere il
“benestare giuridico” non scaturisce dalla paura di non avere valide ragioni su
cui poggiare la propria posizione da parte della famiglia Englaro: come
giustamente ricordato dal prof. Gentile le sanzioni per chi eseguisse l'atto di
interruzione dell'alimentazione sarebbe sottoposto a sanzioni di carattere poco
rilevante, e nell'idea che mi sono fatto del padre protagonista della vicenda
ho pochi dubbi che volendo egli sarebbe in grado di eseguire il gesto. No, se
mi è concesso secondo me dietro c'è altro: c'è la volontà di ottenere il
riconoscimento da parte del corpo sociale della situazione di fatto venutasi a
creare così come viene vista da chi di tale situazione è protagonista. E tale
volontà mi sembra scaturire dal desiderio di poter agire secondo ciò che si ritiene
più giusto (qui pongo un asterisco: la giustizia di cui si parla in questa
vicenda è da intendersi nel senso più ampio, comprendendo la sfera giuridica,
morale, umana e sentimentale) all'interno della società civile in cui si vive,
senza dover essere per questo perseguiti. Quanto alle “ragioni valide”,
premesso che a mio parere si tende a focalizzare l'attenzione esclusivamente
sulla ricostruzione della volontà ormai difficilmente ricostruibile
dell'interessata e ad obnubilare in questa vicenda l'elemento dell'amore di due
genitori per una figlia ridotta in stato pietoso, amore per cui si vorrebbe
farne [della figlia] cessare la situazione – premessa questa annotazione, che
ritengo sì extra-giuridica ma anche sovra-giuridica, affermazione che però mi rendo
conto porterebbe la discussione in un campo ancora più arduo, aggiungo solo che
avrebbe ai miei occhi del sovrumano una vicenda portata avanti per 17 anni
senza dei motivi che si ritenessero validi e fondati.
Altra questione di rilievo è
quella della volontà, diretta a disporre della propria situazione di vita. Io
non sono cristiano e nemmeno ateo – ripongo la mia fede, che ritengo di avere,
in elementi e prospettive di complessa definizione che non trovano una valida
ed esauriente espressione in una delle religioni organizzate presenti al mondo.
A partire dal mio pensiero, che riconosco di avere appena non-spiegato
perfettamente, ritengo che il concetto di dignità umana non sia solo da
associare alla libera volontà, all'interruttore sì/no con cui dirigiamo la
nostra vita, ma che vada oltre questo confine ed abbracci una sfera più ampia.
Se tuttavia ritenessi che la mia vita non è a mia disposizione..allora non
dovrei anche fare a meno di curarmi, ad esempio? Non sarebbe anche questo un
atto di disposizione? E pur tuttavia non viene mai fatto di pensare che la cura
della propria salute sia un atto moralmente illegittimo. D'altra parte se ciò
che intercorre nella nostra vita non è rimesso a noi ma è emanazione di una più
alta Volontà, beh allora aver attaccato Eluana Englaro alle macchine di
rianimazione dopo il suo terribile incidente non è stato anche questo un atto
contrario a tale Volontà? Ancora: se domani la famiglia Englaro dichiarasse che
sospendere l'alimentazione alla figlia fosse moralmente giusto proprio perché a
suo parere corrisponde a quella Volontà, cosa si risponderebbe? Probabilmente
che esiste un postulato universale per cui l'agire e il sentire di tale Volontà
è diretto unicamente alla preservazione della vita: ne uscirebbe così tuttavia
una Volontà superiore non assoluta e di molto ridotta.
Tengo a specificare che nessuna
delle parole da me finora scritte è colorata di qualsivoglia ironia.
Non voglio portare avanti il
discorso metafisico brevemente accennato, per evitare di cadere in un monologo
auto-referenziale; tengo a sottolineare ancora una volta come a mio modo di
vedere una concezione di dignità umana
non sia da considerarsi a priori incongruente con quanto vuole vedersi
riconosciuto il diritto di fare la famiglia Englaro: non ci vedo personalmente
alcun segno di rifiuto della vita e delle sofferenze che essa comporta – semmai
ci vedo una valorizzazione di tali elementi, ed è una prospettiva che non mi
riesce proprio di rinnegare.
Concludo con una chiosa: in una discussione sorta di recente sul caso, un mio compagno di corso ha affermato di essere contrario all'interruzione dell'alimentazione perché comunque crede che un miracolo possa accadere. Nel 1998 un paracadutista inglese è precipitato a causa del paracadute guasto per 1500 metri e se l'è cavata con una costola rotta. Credo che se nella nostra vita ci basassimo unicamente su questi fatti e sull'attesa dei miracoli non dovremmo nemmeno curare i malati (se un miracolo deve accadere su un letto d'ospedale, cosa osta a che accada anche nel momento immediatamente successivo ad un incidente?), e probabilmente saremmo eternamente sottoposti ad un qualche adorato faraone-divinità.
Nella tarda sera del 9 febbraio 2009, mentre il paese si
stava mettendo a cena, silenziosamente s’è consumata la Tragedia Englaro.
Perché d’una vera tragedia si è trattato; non si può mettere la testa sotto la
sabbia, come degli struzzi, magari approfittando del “grande fratello”! Una
tragedia che richiama l’Antigone di Sofocle.
“Pollà tà deinà koudèn
anthrópou deinóteron pélei”, recita il Coro dei vecchi tebani. “Molte le
cose tremende, ma di tutte più tremenda è l’uomo”. Tremendo, prodigioso,
misterioso, l’uomo varca il mare in burrasca, consuma la terra aprendola con
l’aratro, cattura gli uccelli dell’aria nelle spire delle reti e i pesci
dell’acqua, doma con le sue arti le bestie selvatiche, piega al giogo il collo
crinito del cavallo e quello dell’infaticabile toro montano. La parola si è
data e l’aereo pensiero e le consuetudini civili. In tutto ingegnoso, armato
d’ogni risorsa fa fronte al destino, rimedia a mali incurabili, con tecnica
sopraffina ora al bene ora al male si volge. Solo all’Ade non scampa (332-363)!
Ma di chi è la tragedia? Non di
Eluana come non di Antigone, sebbene attorno alle due giovani donne la vicenda
si sia sviluppata e da esse prenda il nome, ma del Padre Englaro come di
Creonte, il padre padrone di Tebe, e per loro tramite dell’uomo, di ogni uomo,
del XXI° Secolo dopo Cristo come del V° Secolo avanti Cristo.
Se il dramma della studentessa
ventenne si è consumato nell’incidente della notte del 18 gennaio 1992, la
tragedia ha cominciato a delinearsi quando la prodigiosa tecnica medica della
rianimazione
ha restituito al Padre Englaro
un essere che non era integralmente vivo e che non era definitivamente morto.
“Me misera – si lamenta Antigone
ridotta nella cella sepolcrale della sua strana tomba - né tra i vivi né
tra i morti, agli uni e agli altri straniera” (847-852).
Da tempo la tecnica, prodotto
straordinario dell’ingegno dell’uomo, che ne ha dilatato smisuratamente il
dominio sul mondo, si trova desolatamente impotente a definire in modo
accettabile lo stato dell’essere: dalla genuinità di una cosa alla vitalità di
una persona. E per questo, non trovando soluzione scientifica, si rivolge al
diritto, confidando in una soluzione giuridica.
Ai problemi insoluti della
tecnica medica, in particolare, il diritto è venuto incontro con la definizione
per legge (l. 578/1993, art. 1,1) della morte come “cessazione irreversibile di
tutte le funzioni dell’encefalo”. Un legge, va detto, strettamente funzionale
all’espianto di organi per i trapianti ma sulla quale molte perplessità si
stanno addensando, anche alla luce di nuove esperienze scientifiche che, se non
contribuiscono a meglio definire, in positivo, lo stato di morte, fanno
ritenere, in negativo, del tutto insufficiente il criterio della morte cerebrale; ne tratta con acutezza e
serenità un giurista e filosofo assolutamente laico come Paolo Becchi, nel
saggio di recente apparso
su Morte cerebrale e
trapianto di organi. Una questione di etica giuridica. E con la definizione per legge (art.32 Cost.
ma anche l. 833/1978, art. 33) del “consenso informato” quale presupposto di
liceità del trattamento medico-chirurgico. Disposizioni normative che
certamente si radicano sulla inviolabilità della libertà personale del paziente
ma che, va detto, sono funzionali alla configurazione della responsabilità del
medico prima e più della stessa competenza professionale; se, infatti,
escludono che il medico per la sua scienza abbia il “diritto di curare”,
stabiliscono che esso non possa essere chiamato a rispondere di nulla quando
abbia messo il paziente in grado di compiere la sua scelta e ne abbia raccolto
il libero consenso.
Malauguratamente al Padre Englaro, sconvolto dal dramma
abbattutosi sulla sua casa e affranto dal dolore che ha investito i suoi più
prossimi congiunti, non sono risultate d’aiuto né l’una né l’altra normativa.
Non quella sulla morte cerebrale, perché il caso Eluana non vi rientrava: è
straziante pensare che il suo medico di fiducia, il neurologo Defanti, sino
all’ultimo ne abbia definito lo stato fisico come ottimo, “al di là della
lesione cerebrale, Eluana è una donna sana. Mai avuto malattie, mai avuto
bisogno neppure di un antibiotico”. Non quella sul consenso informato, perché
nel caso del ricovero di infortunati in stato d’incoscienza il medico deve
provvedere al pronto soccorso indipendentemente dal consenso. Una scorciatoia
giuridica si è profilata con la nomina del Padre Englaro a tutore della figlia
interdetta, quella del ricorso alla “volontaria giurisdizione”. E qui un
precisazione tecnica è d’obbligo, per evitare tutti gli equivoci che il
bailamme mediatico ha ingenerato.
Quella volontaria è un tipo di
giurisdizione diretta non a risolvere una lite ma a gestire un negozio o un
“affare”, per la cui conclusione è necessaria la partecipazione di un terzo
estraneo e imparziale, non consentendo la legge di procedervi privatamente. Nel
caso il magistrato, appunto il terzo estraneo e imparziale, non decide alcunché
semplicemente collabora con l’interessato allo scopo dell’attuazione del suo
affare sulla base del suo volere. Per questo il provvedimento finale di tale
volontaria giurisdizione, che non è una sentenza ma un decreto, non regola con
stabilità un rapporto controverso né sancisce diritti soggettivi ma, sulla base
di una valutazione di opportunità sempre rivedibile e quindi revocabile,
autorizza rebus sic stantibus la conclusione dell’affare voluto dal
ricorrente.
Come Creonte ritenendo che “la
miglior cosa sia arrivare alla fine della vita rispettando le leggi stabilite”
(1112-13), il Padre Englaro si è affidato a questa scorciatoia giuridica
rimanendo inghiottito nella tragedia. Perché, per questa via, alla morte di
Eluana, quella reale non quella convenzionale che le tecniche medica e
giuridica non hanno potuto sancire, si è giunti per la volontà del padre e solo
per essa, non essendo riferibile la decisione né a un giudice né a una legge.
Bisogna essere seri: un’autorizzazione a fare non stabilisce né un diritto né
un obbligo ma concede una licenza. E qui, tragedia nella tragedia, si è
consumato per l’intreccio perverso delle procedure giuridiche l’assurdo della
morte di Eluana per sua volontà, poiché al Padre Englaro è stata concessa
licenza di procedere “all’interruzione del trattamento di sostegno vitale”,
eufemismo per dire di procedere alla determinazione della morte della figlia,
sulla base della sua personale volontà.
La lettura della sentenza della
Cassazione (n. 21748/2007), che ha stabilito i termini di attuazione di quella
licenza, è tremenda in proposito. Per un verso si afferma tassativamente che
“al giudice non può essere richiesto di ordinare il distacco del sondino nasogastrico:
una pretesa di tal fatta – si precisa – non è configurabile di fronte ad un
trattamento sanitario, come quello di specie che, in sé, non costituisce
oggettivamente una forma di accanimento terapeutico e che rappresenta,
piuttosto, un presidio proporzionato rivolto al mantenimento del soffio vitale”
(8). Per altro verso si dice che il tutore “nella ricerca del best interest
deve decidere non al posto
dell’incapace ne per l’incapace ma con l’incapace” (7.3).
Misera più misera di Antigone,
“nella parte estrema della tomba, appesasi per il collo” (1220-21), nella
quiete Eluana sarebbe andata alla morte con la presunzione della sua personale
volontà.
Misero più misero del padre
padrone di Tebe, il Padre Englaro, lasciato solo dalla tecnica medica come dalla
giuridica, non parliamo di quella politica che ha solo strumentalizzato per
altri fini l’intera vicenda, con la sua volontà ha condotto alla morte la
propria figlia, magari per amore! Come non sentire nella sua disperata
richiesta d’essere lasciato solo l’eco delle parole di Creonte: “Mai cadrà su
altri mortali la colpa. È mia. Io, essere infelice, ti uccisi, ahimè; è verità.
Servi, presto, ripulite il luogo da questo buono a nulla che sono io”
(1319-1325).
Spentesi le luci sulla vicenda e
attutitesi le voci polemiche, all’uomo comune, sbigottito, spunta sulle labbra
la domanda che tra loro i discepoli del rabbi di Nazareth si rivolgevano di
fronte alla dura rappresentazione della vita: “Chi dunque potrà salvarsi?”. Non
si può prescindere dal mistero della risposta: “Agli uomini è impossibile, ma
non a Dio. Perché tutto è possibile a Dio” (Mt 19, 23-26; Mc 10, 23-27; Lc 18,
24-27).
Non credo che si possa accampare
la mancanza di fede per non riconoscere la precarietà delle soluzioni che si
affidano alla volatile volontà dell’uomo, singolo o collettivo. Non credo che
sia necessario un atto di fede per riconoscere che solo affidandosi ad un Amore
superiore è possibile sopperire ai limiti del nostro povero amare. Non credo
che ci si possa sottrarre alla propria coscienza che è, per usare le parole di
uno che non ha avuto la “fortuna” d’incrociare Gesù Cristo, “quanto di più
divino Dio a dato all’uomo” (Cicerone, De officis 3, 10, 44).